Filosofia dei fondatori

 

FILOSOFIA DEI FONDATORI

 

Intervista a Rocchetti Daniele

 


- Proviamo a ricordare l'anno zero della Cooperativa "Il seme", il momento iniziale, l'idea di fondo, i progetti e i sogni dei Soci fondatori.

 

"Tutto iniziò – dice Daniele – da una serie di incontri di un gruppo formato da una dozzina di amici.All'inizio in maniera molto informale, poi sempre più con cadenza periodica, in genere settimanale.
In quelle occasioni ci chiedevamo se nella vita di ognuno di noi, nei percorsi che ormai si stavano consolidando… molti cominciavano a sposarsi, qualcuno ad avere figli, altri ad entrare nel mondo del lavoro… sarebbe stato possibile continuare a coltivare i sogni che ci avevano infiammati quando eravamo più giovani. E soprattutto se fosse stato possibile vivere da persone adulte quelle utopie che erano maturate anni prima nei nostri pensieri.
Tutti noi provenivamo infatti da gruppi diversi, comunità di base e attività di volontariato. Ci chiedevamo quindi, se era possibile inquadrare, dentro la complessità e dentro le contraddizioni con le quali cominciavamo a scontrarci, il desiderio di una terra a misura di tutti.

Partendo da queste riflessioni, abbiamo iniziato ad incontrare diversi gruppi che già lavoravano nel territorio, come per esempio il gruppo Esperanza, il gruppo America Latina di Seriate, Padre Pansa che era venuto a trovarci, e molte altre persone con le quali siamo tuttora in contatto epistolare. In quell'anno c'era poi stato il Meeting dei Popoli a Riva del Garda al quale aveva partecipato, del nostro gruppo, Giorgio: lì era circolato fra i tanti argomenti
il tema del commercio equo e solidale. Ne rimanemmo molto affascinati.

Il gruppo così formatosi sentiva tre forti esigenze:

 

  • La necessità di una informazione alternativa: ci rendevamo
    conto che il tema del Sud del Mondo veniva spesso trattato in maniera
    superficiale e a noi non arrivava che un'informazione preconfezionata, incapace
    di cogliere la complessità e le ricchezze di ciascuna cultura.
  • Il bisogno di una formazione che ci facesse superare la fase del
    pressappochismo e tramutasse in coscienza i nostri principi. Una corretta formazione sarebbe dovuta diventare un elemento centrale del processo di cambiamento.
  • L 'esigenza di individuare soluzioni praticabili e vivibili nel quotidiano,
    in modo tale che noi stessi potessimo cercare di riscrivere righe importanti della storia di popoli e culture diverse.

 
Ecco, il commercio equo e solidale ci pareva, allora così come oggi, uno fra gli strumenti utilizzabili per rispondere a quelle esigenze".



- Immagino che all'inizio ci siano state non poche difficoltà...

 

"La difficoltà iniziale fu soprattutto di tipo logistico: dopo aver elaborato l'idea del commercio equo e solidale, abbiamo trascorso un anno di incertezza per le tante difficoltà di avviamento dell'attività.

Questo locale – l’attuale bottega di via Bonomelli – non era destinata ad uso commerciale e poi incontrammo intoppi di tipo burocratico per ottenere tutti i documenti necessari. Avevamo quindi da un lato il grande sogno che portavamo dentro, dall'altro le difficoltà pratiche.

D'altra parte, noi eravamo gente assolutamente libera, senza nessuno alle spalle, né appoggi di partiti, potentati economici
ed organizzazioni culturali, curie o associazioni.
In realtà il vero momento di crisi lo si è avuto un paio di anni più tardi, quando si cominciò a capire che il commercio equo e solidale era sì una attività importante, ma che però non poteva schiacciare la Cooperativa. Quindi era evidente l'esigenza di un'alta professionalità, in quanto chi vuole gestire un negozio o un'impresa sociale deve comunque avere abilità concrete di gestione.

Tuttavia sentivamo l'esigenza di fare del Seme un laboratorio, perché il sogno che cullavamo non poteva sentirsi appagato solo ed esclusivamente dal commercio equo e solidale.Nonostante questo fosse uno strumento preziosissimo anche per gli artigiani del Sud del Mondo, per dare loro una possibilità reale di sviluppo e dignità. E' in questo momento che il gruppo visse una fase di elaborazione e di ripensamenti spesso contraddittori e faticosi".

 

 

- Si può dire dunque, che la crisi del Seme sia coincisa con il suo momento di maggiore crescita e sviluppo?

 

"Proprio così. Quando ci si è resi conto che il Seme non era più solo una bottega, ma un laboratorio, si è capito che questo passaggio richiedeva una disponibilità di passione, di cuore e di energia molto forte. Che il Seme non poteva limitarsi alla gestione del commercio fine a sé stessa, ma doveva saper organizzare la speranza con il fine di sconfiggere il senso di impotenza che spesso abbatte la gente".

 

 

- Che cosa vuol dire organizzare la speranza?

 

"Significa offrire a tutti degli spunti attraverso i quali farsi provocare dalla vita, guardare il presente con gli occhi di chi fa più fatica.
La volontà quindi, di organizzare la speranza richiedeva da parte nostra un salto di qualità, un investimento ingente di risorse umane ed economiche, di gente pronte a mettere in gioco la propria vita”.